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CORNAILLES 2005

La Cornaille, un gioco antico.
di Patrizia Nuvolari

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LA CORNAILLE, un gioco antico.

La 52° Mostra-Concorso dell’artigianato valdostano di tradizione, organizzata dall’Assessorato regionale dell’Industria e dell’Artigianato e dedicata al tema dell’alpeggio, ha presentato, nella categoria giocattoli, la Cornaille. Il VMV vuole sottolineare, con una esposizione, l’importanza che questo rudimentale gioco ha avuto e ha ancora, nella cultura pastorale.

Ma cos’è una cornaille? È una piccola mucca stilizzata ricavata da un rametto di legno biforcuto. Nelle regioni di montagna è stato il gioco preferito di generazioni di bambini. Durante le lunghe e noiose giornate al pascolo, i pastori trascorrevano il tempo, scolpendo oggetti come santi, animaletti e cornailles. Se i bambini di città si divertivano con i soldatini di plastica a inventarsi le loro guerre, i pastorelli la guerra la giocavano con le loro mucche-giocattolo dalle lunghe corna: le cornailles appunto. Prima ancora si divertivano con le pigne delle conifere che, secondo il colore e il volume, rappresentavano tutto il parentado dei bovini: gli animali della stalla senz’altro più amati. Più tardi, la figura sintetica di un corpo appena sbozzato con le corna ben affilate, diventa il giocattolo per antonomasia delle alpi. Brocherel, collezionista e studioso della cultura valdostana a questo proposito scrive: “ Le proporzioni sono alquanto arbitrarie, le corna soverchiano in grossezza e in lunghezza il moncone rattrappito che dovrebbe essere il corpo dell’animale, privo di testa e di arti, ma questi particolari non contano, l’essenziale è che ci siano le corna ben sviluppate. Non per nulla, questi giocattoli rudimentali vengono chiamati in dialetto valdostano: cornailles. Pochi colpi di coltello bastano a improvvisare il giocattolo, poi il bambino cerca di perfezionarlo, appuntisce le corna, raschia o taglia la corteccia per fingere il mantello chiaro o pezzato della mucca, la quale, nella sua intenzione, deve rappresentare una vacca a lui famigliare”.

Possiamo immaginare quei bambini nel tepore umido delle stalle, ripetere col gioco il lavoro dei padri. I giocattoli primitivi allineati sul tavolo in attesa di una battaglia, intrattenere i piccoli nelle tediose serate invernali. Nella società agro-pastorale pochi pezzi di legno, semplicemente intagliati, erano più che sufficienti per garantire il divertimento per ore e ore.

Oggi gli “arcaici balocchi”, come li definiva sempre Brocherel per l’evidente analogia con le forme primordiali rintracciate nelle numerose incisioni rupestri, sono diventate oggetto di collezione per i gusti più raffinati.

Sui giocattoli valdostani purtroppo non esiste un’ampia bibliografia, elenchiamo i libri che abbiamo trovato e che possono essere utili per un’eventuale ricerca:

  • BARBERI S., DAUDRY P., Tatà, pouette, borioule..., Regione Autonoma Valle d’Aosta, Tipografia valdostana, Aosta 2004
  • BARBERI S., JALLA D., Arte popolare valdostana, la collezione di Jules Brocherel dei Musei Civici di Torino, Regione Autonoma Valle d’Aosta, Musumeci, Aosta, 1999.
  • GIBELLI L. Memorie di cose prima che scenda il buio, attrezzi, oggetti del passato raccolte per non dimenticare, Priuli & Verlucca, Ivrea, 1996
  • BROCHEREL J. (a cura di), Arte popolare valdostana, Regione Autonoma Valle d’Aosta, Musumeci, Aosta, 1990.
  • DAUDRY P. Jeux et jouets de la tradition popoulaire valdôtaine Regione Autonoma Valle d’Aosta, Musumeci, Aosta, 1983.
  • JANS C., JUNOD L., Artigianato tipico valdostano, Musumeci, Aosta.
  • BROCHEREL J. (a cura di), Jouets rustiques valdôtains, in Augusta Praetoria, n. 3, Aosta 1950.

Le informazioni sopra riportate sono state suggerite dalla ricerca condotta da Cyrille Chevalier, partecipante al premio per la ricerca storica della 52° Mostra-Concorso dell’artigianato valdostano di tradizione, organizzata dall’Assessorato regionale dell’Industria e dell’Artigianato.

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